Interviste

Corrado Boni
Direttore Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

Screening, multidisciplinarietà e terapie mirate: le armi per vincere il tumore al seno

Il tumore della mammella è ancora oggi la prima causa di morte nelle donne sotto i 55 anni di età. In Italia sono 38.000 le nuove diagnosi ogni anno e 11.000 i decessi: qual è il profilo epidemiologico del tumore alla mammella in Emilia Romagna e, nello specifico, nella provincia di Reggio Emilia?
Il tumore al seno è una patologia ad alta incidenza, ma negli ultimi anni si è cominciato a registrare un calo della mortalità, fenomeno dovuto sia alla diagnosi precoce sia all’impiego delle terapie adiuvanti. I dati dimostrano che oggi il tumore al seno è una malattia altamente curabile. Nella provincia di Reggio Emilia (con un bacino di poco inferiore alle 500.000 persone) sono registrati ogni anno, esclusi i tumori della pelle, oltre 3.100 tumori maligni. Il tumore della mammella rappresenta circa il 30% dei tumori femminili come incidenza, e il 17% come mortalità: ciò vuol dire che abbiamo una percentuale sensibile di pazienti che guariscono. Dagli ultimi dati emerge infatti che una percentuale piuttosto alta di pazienti (87,5%) sopravvive oltre i cinque anni dalla diagnosi di tumore maligno.
Analizzando gli ultimi dati, nel 2005 sono stati 441 i nuovi casi di tumore alla mammella e 113 i decessi, con una mortalità di circa un quarto rispetto all’incidenza; nella quasi totalità dei casi (99%), la diagnosi clinica è stata accertata istologicamente. In termini di sopravvivenza generale, Reggio Emilia presenta un dato confortante, essendo fra i primissimi posti in Italia (è al primo posto per il tumore del colon). Lo screening mammografico ha offerto un grande contributo all’aumento delle possibilità di sopravvivenza: l’Emilia Romagna è una delle regioni in Italia dove lo screening ha fatto registrare uno tra i tassi più alti d’adesione da parte delle donne. Attualmente la fascia di età di accesso, che prima era dai 50 ai 69 anni, è stata allargata per comprendere tutte le donne dai 45 ai 75, considerato che l’attesa di vita di una donna di 70 anni è oggi di circa 20 anni.

Quanto è importante un approccio multidisciplinare nella cura e nel trattamento del tumore al seno?
La Breast Unit Integrata del nostro ospedale può considerarsi l’istituzionalizzazione di un metodo di lavoro già operativo da tempo e rappresenta un esempio di successo dell’approccio multidisciplinare. Siamo infatti fra le pochissime realtà ospedaliere italiane a valutare in maniera multidisciplinare il tumore della mammella prima dell’intervento chirurgico: per tutti i casi diagnosticati, ad eccezione dei casi di tumore in situ con microcalcificazioni (segnalati dal radiologo direttamente al chirurgo), esiste un percorso che prevede l’accesso in Oncologia, dove viene eseguita la stadiazione. Nella fase successiva la paziente viene visitata dal chirurgo in Oncologia, e insieme all’oncologo si decide la strategia terapeutica: possibilità di una chemioterapia neoadiuvante, tipo di intervento, tipo di radioterapia, ecc. I casi più complessi vengono discussi insieme dall’oncologo, dal chirurgo e dal radioterapista, nel corso di riunioni settimanali, in cui si procede ad una programmazione specifica. In molte altre strutture, invece, i pazienti sono indirizzati all’oncologo solo dopo l’intervento, perdendo così il passaggio fondamentale della valutazione interdisciplinare preoperatoria. Anche i percorsi per il cosiddetto “linfonodo sentinella” sono molto definiti. Se un paziente deve sottoporsi a una chemioterapia prima dell’intervento, l’analisi del linfonodo sentinella viene eseguita subito, perché con la somministrazione della chemioterapia si potrebbe perdere l’informazione della presenza di cellule tumorali nel linfonodo.
 
 

Giancarlo Bisagni
Dirigente Medico Oncologia, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

Gli anticorpi monoclonali: farmaci ‘intelligenti’ che colpiscono un bersaglio molecolare

Quante pazienti ogni anno sono seguite nel loro percorso di cura dall’Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia?
Nella provincia di Reggio Emilia, sono circa 450 l’anno i nuovi casi di tumore infiltrante alla mammella, ai quali vanno aggiunti circa 50 casi di carcinoma in situ. Al reparto di Chirurgia della Breast Unit Integrata afferiscono circa 400-450 persone all’anno, per interventi per cancro e ricostruttivi.
Il servizio di Radiologia esegue mammografie di screening ma anche mammografie in donne asintomatiche o al di fuori dello screening, in donne cioè che hanno meno di 45 anni e che si sottopongono alla mammografia annuale di controllo. Attualmente il programma di screening è stato esteso alle donne fra i 45-49 anni con mammografia annuale ed alle donne fra i 70-75 anni con mammografia ogni due anni. Inoltre, nella USL esiste un ambulatorio di Senologia al quale afferiscono donne che presentano sintomi (noduli o dolore mammario), nel quale è presente un medico affiancato da un oncologo del nostro gruppo.
Con una casistica così importante come quella che afferisce alla nostra Breast Unit Integrata, abbiamo la possibilità di sperimentare nuovi farmaci innovativi a bersaglio molecolare, in special modo nella malattia metastatica, ma anche nella fase iniziale.

Negli ultimi anni l’incidenza del tumore al seno è aumentata perché oggi s’identifica un sempre maggior numero di tumori allo stadio iniziale. Al contempo è diminuita la mortalità, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più mirate. Com’è cambiata la prognosi per le donne colpite dalla malattia con l’avvento di nuovi farmaci come gli anticorpi monoclonali, di cui fa parte trastuzumab?
Fondamentale è la valutazione del rischio, in base alla quale si decide se sottoporre o meno la paziente a un trattamento chemioterapico. La nostra Unità sta partecipando a Mindact, uno studio che valuta il rischio di recidiva della paziente operata radicalmente, non solo in base alle caratteristiche biologiche del tumore ma anche guardando le caratteristiche genetiche; gli studi finora condotti dimostrano che le caratteristiche genetiche consentono di selezionare la popolazione realmente a rischio e conseguentemente ridurre di circa un 20-30% il numero delle pazienti che, basandosi sui vecchi fattori di rischio, avrebbero dovuto essere sottoposte al trattamento chemioterapico, con un evidente risparmio in termini di tossicità per le pazienti ed economici per il Sistema Sanitario Nazionale.
Per quanto riguarda i nuovi farmaci, essi sono utilizzati nella terapia adiuvante e nel trattamento della malattia metastatica. Nello specifico, la Breast Unit Integrata di Reggio Emilia è stata tra le prime a utilizzare trastuzumab in adiuvante partecipando ad un trial avviato prima del 2005, quando il farmaco era utilizzato solo per il trattamento della malattia metastatica. Il dato veramente significativo è che trastuzumab in terapia adiuvante riduce del 50% sia il rischio di recidiva sia il rischio di morte, presentando una tossicità, anche cardiaca, piuttosto bassa, un tempo sopravvalutata e che oggi invece risulta ridimensionata. Trastuzumab è un farmaco estremamente “maneggevole”, che ha dato dei risultati sorprendenti.
 

Carlo Alberto Mori
Dirigente Medico Responsabile S.S. di Mammografia, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

Diagnosi precoce: l’arma più efficace per vincere il tumore al seno

La diagnosi precoce è oggi il miglior alleato contro il tumore al seno: diagnosticare un tumore della mammella di dimensioni inferiori a 1 cm aumenta le possibilità di cura e le probabilità di guarigione. Quanto contribuisce la diagnostica per immagini alla diagnosi precoce?
Alla diagnostica per immagini, rappresentata in primo luogo dalla mammografia, è affidato il compito di trovare il carcinoma mammario in fase preclinica. Su tale indagine si basano i programmi di screening mammografico organizzato, il cui fine è la riduzione della mortalità mediante l’individuazione dei tumori mammari in fase preclinica, cioè prima che siano palpabili.
La mammografia costituisce l’esame fondamentale ai fini di una prevenzione secondaria: ad essa si affiancano, quali esami complementari, l’ecografia e le tecniche di diagnostica interventistica.
La galattografia e la risonanza magnetica contribuiscono alla diagnosi del tumore al seno, ma sono indicate solo in alcuni casi selezionati.
 

Nella vostra esperienza, quali sono invece le tecniche di diagnostica interventistica più utilizzate?
Il radiologo senologo dispone di diverse tecniche di diagnostica interventistica, con caratteristiche e indicazioni differenti a seconda delle circostanze. Il principio seguito è quello di utilizzare la tecnica più semplice in relazione al caso.
Quando la lesione è visibile sia alla mammografia che all’ecografia, si preferisce utilizzare la guida ecografica, in quanto è una procedura più agevole. Il primo approccio generalmente è costituito da un esame citologico mediante agoaspirazione con ago sottile (FNAC): nella maggior parte dei casi questa indagine ci permette di fare una diagnosi certa di benignità o di malignità; qualora l’esito non fosse conclusivo (citologia inadeguata, dubbia o sospetta), il passo successivo è una microbiopsia ecoguidata con ago tranciante, che ci consente di ottenere una diagnosi istologica.
Nelle lesioni visibili alla sola mammografia, costituite soprattutto da microcalcificazioni e distorsioni, poiché l’esame citologico è spesso inadeguato, effettuiamo direttamente una microbiopsia stereotassica con sistema vacuum assisted.
 

Giorgio Gardini
Direttore Anatomia Patologica, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

La tipizzazione istologica del tumore al seno per individuare la terapia più corretta

Può spiegarci qual è il ruolo dell’anatomo-patologo nel percorso diagnostico che vede coinvolti diversi specialisti?
Nel percorso diagnostico-terapeutico del carcinoma della mammella il ruolo dell’anatomo-patologo è “dietro le quinte”: nonostante le pazienti non ci conoscano, svolgiamo una funzione essenziale nella fase diagnostica. Il nostro compito è infatti quello di diagnosticare la malattia, sia attraverso un agoaspirato sia attraverso una biopsia, individuando esattamente il tipo istologico e la caratterizzazione biologica della neoplasia. Anche durante l’intervento chirurgico, quando la paziente è ancora anestetizzata, può essere richiesto un nostro intervento, per valutare se i margini di resezione del chirurgo siano liberi da neoplasia. Questi interventi sono attualmente quelli più diffusi, poiché la chirurgia è sempre più conservativa: dal momento che cerca di togliere sempre meno tessuto, la verifica dei margini è divenuta un elemento importante. Ciò vale anche nella metodica del linfonodo sentinella, ovvero il primo linfonodo che drena dalla neoplasia: l’individuazione della sua negatività risparmia alla donna lo svuotamento dal cavo ascellare.
Ma il ruolo dell’anatomo-patologo è fondamentale anche nella fase post-operatoria, quando esaminiamo in modo definitivo il pezzo chirurgico, non solo individuando l’istotipo e procedendo alla verifica di eventuali metastasi ai linfonodi, ma anche determinando la caratterizzazione biologica, lo stato dei recettori, l’indice di proliferazione e lo stato dell’oncogene HER2.

La corretta tipizzazione del tumore a livello molecolare è fondamentale per definire un percorso terapeutico mirato: il tumore HER2 positivo, una forma molto aggressiva, ne è infatti un esempio. Quali sono i motivi?
In effetti la corretta tipizzazione del tumore è fondamentale: quarant’anni fa i tumori alla mammella erano diagnosticati solo come carcinomi e la neoplasia aveva un altissimo indice di mortalità. Attualmente la caratterizzazione biologica della neoplasia consente di far scegliere all’oncologo l’esatto trattamento. Nello specifico, particolare importanza riveste la caratterizzazione dell’oncogene HER2, implicato nel meccanismo oncologico e responsabile della produzione di una proteina che, una volta attivata, aumenta la proliferazione cellulare. Le neoplasie che hanno questo gene amplificato avranno dunque una maggiore aggressività: in passato, infatti, avevano una prognosi nettamente peggiore. Ma oggi esistono degli anticorpi monoclonali umanizzati che agiscono proprio contro questo oncogene, riuscendo a controllare con efficacia questo tipo di patologia tumorale.
È essenziale dunque individuare esattamente se il tipo di tumore sia HER2 positivo o negativo; una particolare attenzione alla caratterizzazione della neoplasia va posta ai recettori di estrogeni e progesterone, considerato che la loro presenza comporta l’impiego di una specifica terapia.

 

Diana Salvo
Direttore Medicina Nucleare, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

La medicina nucleare per orientare la terapia e la valutazione prognostica


Qual è il contributo della Medicina Nucleare nel percorso diagnostico-terapeutico del tumore alla mammella?
La Medicina Nucleare gioca un ruolo importante nella fase diagnostica di staging o restaging delle neoplasie della mammella, permettendo un corretto inquadramento delle pazienti e di conseguenza l’individuazione di un piano terapeutico mirato; già in fase preoperatoria, la possibilità di individuare il linfonodo sentinella del territorio neoplastico consente di ridurre al minimo il numero dei linfonodi asportati, evitando le sequele di stasi linfatica al braccio operato, che può essere a volte imponente e gravemente limitante. Anche in fase terapeutica la Medicina Nucleare può apportare alcuni importanti benefici, soprattutto nelle fasi tardive della malattia, quando il dolore da metastasi ossee, spesso refrattario agli interventi chemioterapici, può essere controllato con una terapia radiometabolica con infusione di farmaci radioattivi osteotropi, che forniscono spesso risposte efficaci del tutto imprevedibili.

Quali sono le tecniche utilizzate nella Medicina Nucleare?
L’indagine a maggior impatto sull’iter della paziente è la ricerca del linfonodo sentinella in fase pre-operatoria: iniettando un microcolloide radioattivo in prossimità della lesione neoplastica, si evidenzia la via di drenaggio linfatico e il primo linfonodo (sentinella) su questa via linfatica. Si è così arrivati alla consapevolezza che non sempre è indicato lo svuotamento del cavo ascellare, procedura sempre applicata fino a una decina di anni fa, perché frequentemente la catena linfonodale interessata può essere diversa (sovraclaveare o intratoracica, nel caso della catena mammaria interna). L’asportazione del linfonodo sentinella, individuato tramite una sonda che rileva la radioattività, consente di valutarne un eventuale interessamento secondario: in caso di positività si procederà quindi allo svuotamento linfatico di tutta la catena; ma se il linfonodo sentinella è indenne, si potranno risparmiare alla paziente il trauma di un intervento sicuramente impegnativo e le sequele frequentissime a carico dell’arto interessato.
Di supporto al chirurgo in fase operatoria è la R.O.L.L. (Radioguided Occult Lesion Localization), utilizzata per consentire al chirurgo l’individuazione di lesioni piccole, non palpabili e pertanto di difficile reperimento. La scintigrafia ossea, pur nella sua aspecificità (segnala indifferentemente lesioni traumatiche, neoplastiche benigne o maligne, infiammatorie), è una tecnica che, per la sua elevata sensibilità, è molto usata in fase di staging o restaging, per individuare l’eventuale interessamento secondario dello scheletro.
Infine va ricordata la PET, il cui uso è limitato alla stadiazione in forme ad alto rischio o avanzate, per il controllo della chemioterapia, o ai casi di sospetta ripresa di malattia, con markers oncologici in ascesa e indagini tradizionali (come Rx e TC) silenti.
Queste tecniche pertanto, se applicate correttamente nella paziente affetta da neoplasia mammaria, forniscono elementi essenziali al corretto inquadramento diagnostico e terapeutico, non raggiungibili con altrettanta semplicità oppure in sensibile anticipo rispetto ad altre indagini, accelerando così i tempi di intervento.
 

Guglielmo Ferrari
Dirigente Medico di Chirurgia I, Responsabile S.S. Dipartimentale Interaziendale Unità di Senologia, Chirurgia Senologica, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

Curare e conservare: obiettivi della chirurgia

Oggi, fortunatamente, la diagnosi precoce consente di intervenire chirurgicamente su tumori di piccole dimensioni. Come è cambiato in questo senso l’approccio chirurgico?
Durante gli ultimi decenni c’è stato un profondo cambiamento nell’approccio chirurgico del tumore della mammella, che è diventato sempre meno aggressivo, ma più preciso ed efficace. La diagnosi precoce del tumore, sempre più diffusa, offre la possibilità di ridurre al minimo gli esiti invalidanti della chirurgia, con maggiore coinvolgimento e partecipazione decisionale della donna; la consapevolezza che una diagnosi precoce porta con sé un’alta probabilità di guarigione e di conservazione di un organo simbolo della femminilità, ha portato a un incremento notevole della partecipazione delle donne ai programmi di screening. Oggigiorno la chirurgia non è solo conservativa, ma è anche oncoplastica, con l’obiettivo di rimuovere correttamente la neoplasia e di raggiungere un buon risultato estetico, migliorando lo standard della chirurgia senologica.
Dopo aver dimostrato che nei tumori di piccole dimensioni si può conservare il seno e preservare la stessa capacità di sopravvivenza, si sta seguendo l’approccio conservativo anche sui linfonodi ascellari, applicando la tecnica del linfonodo sentinella. Recentemente, inoltre, nel corso degli interventi conservativi, in alcuni centri come il nostro è possibile eseguire una radioterapia intraoperatoria (IORT) mirata sulla sede del tumore, finalizzata alla riduzione degli effetti collaterali della radioterapia convenzionale.
Quadrantectomia, tecnica del linfonodo sentinella, radioterapia parziale: sono tutte tecniche che coniugano la lotta alla malattia con l’integrità fisica e psicologica della paziente.

Tra tutti gli interventi eseguiti per neoplasia maligna nell’Ospedale di Reggio Emilia, qual è la percentuale di interventi di chirurgia conservativa ovvero di interventi di quadrantectomia?
Nell’Ospedale di Reggio Emilia vengono operati circa 300 nuovi tumori ogni anno; nei casi al I° stadio (tumori inferiori ai 2 cm) la percentuale di quadrantectomie è dell’88%, con una sopravvivenza di oltre il 92% a cinque anni e una mortalità in calo negli ultimi anni.
In generale la percentuale di quadrantectomie su tutte le neoplasie operate è superiore al 70%. Bisogna sottolineare che negli ultimi anni anche le mastectomie non sono più demolitive come lo erano in passato, perché si eseguono spesso interventi conservativi con risparmio cutaneo e del complesso areola-capezzolo, associate a oncoplastica ricostruttiva.
 
 

Cinzia Iotti
Direttore Radioterapia Oncologica, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

La radioterapia per ridurre le recidive

In quali casi si ricorre alla radioterapia? E quali sono i vantaggi in termini terapeutici?
Si ricorre sempre alla radioterapia (su tutta la mammella colpita dalla malattia) dopo interventi di chirurgia conservativa. La radioterapia si attua qualche settimana dopo l’intervento o al termine della chemioterapia (quando prevista) e dura 4-5 settimane (con sedute giornaliere dal lunedì al venerdì). Lo scopo è quello di sterilizzare cellule tumorali eventualmente ancora presenti nell’ambito del tessuto mammario residuo. Meno frequentemente la radioterapia viene eseguita anche dopo la mastectomia, sulla parete toracica o sulla ricostruzione protesica. Sia dopo la chirurgia conservativa che dopo la mastectomia, può rendersi necessario irradiare anche le regioni linfonodali adiacenti. Il trattamento radiante è in grado di ridurre al minimo il rischio di ricadute locali. Attraverso il controllo della ricaduta, la radioterapia incide anche sulla sopravvivenza: è infatti dimostrato che migliore è il controllo locale, minore è il rischio di mortalità.

Gli effetti collaterali della radioterapia sono oggi molto modesti. Quali sono quelli più frequenti?
La radioterapia sulla mammella è ben tollerata e gli effetti collaterali più frequenti sono moderati. Infatti si tratta di una terapia locale e come tale agisce solo sui tessuti su cui viene eseguita; inoltre la mammella ha una collocazione favorevole nel nostro corpo, essendo abbastanza lontana da organi importanti e sensibili. Gli effetti collaterali più frequenti sono le reazioni cutanee, tipo scottature solari, cui si associa a volte anche una leggera tensione e dolenzia della mammella e un po’ di stanchezza. Questi effetti sono comunque temporanei e si risolvono in un arco di tempo in genere breve, consentendo alla paziente di ritornare rapidamente alla normalità. Reazioni un po’ più importanti si possono verificare a livello polmonare, ma sono infrequenti e non causano alterazioni permanenti della funzione respiratoria. Nei casi in cui si tratta la mammella sinistra, data la vicinanza del cuore, la radioterapia potrebbe causare, in età avanzata e a distanza di anni dal trattamento, un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Le metodiche attualmente in uso consentono però una buona protezione del cuore. Anche se con queste tecniche l’entità del rischio non è ancora stata definita con certezza si ritiene che essa sia bassa e sicuramente accettabile.

Esistono delle terapie innovative nel trattamento del tumore mammario?
Esistono terapie innovative che prevedono l’irradiazione accelerata della sola parte di mammella colpita dalla malattia (anziché di tutta la mammella). Il termine accelerata significa che il trattamento, invece di protrarsi per 4-5 settimane, si concentra in 5 giorni o addirittura in un solo giorno. Nel primo caso (5 giorni di terapia) si utilizzano tecniche di radioterapia a fasci esterni simili a quelle utilizzate nei trattamenti standard ma con due sedute al giorno (mattino e pomeriggio). Nel secondo caso (1 sola seduta) si impiega la IORT (Radioterapia IntraOperatoria), una nuova metodica di irradiazione che, come dice il nome, si esegue nel corso dell’intervento chirurgico quando la paziente è ancora sotto anestesia, impiegando un piccolo acceleratore collocato in sala operatoria. Al momento, nella nostra regione solo 4 Centri (Reggio Emilia, Rimini, Bologna e Ferrara) dispongono di questa macchina. Entrambi questi trattamenti sono destinati a pazienti selezionate e per ora sono eseguiti unicamente all’interno di studi sperimentali promossi dalla Regione Emilia Romagna e a cui stanno aderendo, oltre al nostro Centro, anche moltissimi altri ospedali nazionali ed internazionali. 
 

Dinetta Bianchini
Dirigente Medico Medicina Riabilitativa, Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

Prevenire le complicanze con la riabilitazione del pre e post-intervento

Negli ultimi anni la strategia terapeutica nel tumore della mammella si è sempre più rivolta verso la conservazione d’organo, favorendo approcci chirurgici meno mutilanti e costantemente integrati con terapie adiuvanti. Anche la chirurgia conservativa però può comportare complicanze, quali?
Le principali complicanze sono la sindrome algo parestesica (ossia una sindrome dolorosa riferita in regione scapolo-omerale, ascella, parete toracica anteriore) che può risolversi spontaneamente nel corso di sei mesi - un anno, ma che può persistere, nel 5-7% dei casi, ed è poco responsiva ad un trattamento farmacologico. Un’altra complicanza che si può manifestare è la limitazione articolare della spalla, sino a gradi estremi di capsulite adesiva, un fenomeno molto raro. Poco frequente è la lesione del nervo toracico lungo, con conseguente scapola alata, che regredisce spontaneamente nell’arco di sei mesi - un anno, se il nervo non è interrotto. Fra le altre complicazioni, decisamente rare, possiamo citare lo stiramento del plesso brachiale, ma le più importanti sono la linfosclerosi e il linfedema.
Il linfedema rappresenta la complicanza più frequente e si manifesta nel 15-25% delle donne operate e, in misura molto minore, nelle donne che hanno subito solo l’asportazione del linfonodo sentinella. Vissuto come una disabilità, il linfedema è caratterizzato dalla presenza di un arto superiore ingrossato, a causa del ristagno della linfa che non ha un buon deflusso in seguito all’asportazione dei linfonodi ascellari. In questo caso s’interviene con tecniche adeguate: buona igiene della cute, per evitare soprattutto le infezioni, esercizi attivi impostati, ma soprattutto il linfodrenaggio, eventualmente associato all’uso quotidiano di un tutore elasto-compressivo. La linfosclerosi può invece manifestarsi durante le prime 3-4 settimane dopo l’operazione: la funzionalità dell’arto superiore diviene notevolmente limitata e dolorosa per la presenza di cordoni retraenti che dall’ascella possono arrivare anche al polso, impedendo notevolmente l’uso del braccio. Si tratta di una sclerosi dei vasi linfatici che deve essere adeguatamente trattata da un punto di vista fisiatrico, con tecniche di scollamento, di massaggio e di drenaggio che consentono comunque un’ottima risoluzione.

L’intervento del riabilitatore è previsto in due diverse fasi, nella fase pre-operatoria e nella fase post-operatoria. In che cosa consiste?
Nella fase pre-operatoria l’intervento è soprattutto di natura informativa ed educativa. Nel post-operatorio è importante che l’intervento riabilitativo sia effettuato precocemente. Il percorso di riabilitazione prevede due fasi: l’insegnamento degli esercizi che la paziente deve effettuare e l’addestramento per continuare a esercitarsi, preferibilmente nell’arco della vita e con costanza. Il principale obiettivo da raggiungere è il recupero dell’articolazione scapolo-omerale, poiché, a causa del dolore dovuto alla cicatrice dell’intervento, la paziente tende a non muovere e a non sollevare l’arto. Questo impedimento può essere evitato educandola, già dalla prima giornata, a effettuare degli esercizi autopassivi e attivi, che il terapista insegna alla paziente affinché possa farli autonomamente nell’arco della giornata. Il recupero dell’articolarità deve essere raggiunto in 6-8 giorni: se ciò non è possibile, sarà opportuno un trattamento riabilitativo in ambiente idoneo.
È necessario anche illustrare alcune norme igienico-comportamentali per evitare il linfedema e godere di una buona qualità di vita.

Carla Tromellini
Psicologa, Consulente Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia

Il supporto psicologico: cardine fondamentale del percorso terapeutico per le pazienti e i loro familiari

Qual è il ruolo dello psicologo nel percorso diagnostico-terapeutico che affronta una paziente colpita dal tumore alla mammella?
Lo psicologo può accompagnare e sostenere il percorso di elaborazione della perdita della propria integrità psicofisica. Il tumore minaccia il sentimento di continuità della vita, crea una cesura tra un “prima” e un “dopo” la malattia e impone da subito una ricerca di senso della propria esistenza. Quindi richiede adattamenti nuovi nella propria quotidianità: spesso il tumore si associa ad altri eventi critici, che possono essere lutti precedenti, perdita del ruolo professionale, instabilità lavorativa, difficoltà nella relazione di coppia, vulnerabilità del ruolo genitoriale. L’insorgenza della malattia richiede dunque una doppia elaborazione: delle criticità antecedenti e di quello che sta succedendo nel presente. Questo è il ruolo dello psicologo nel percorso della paziente.

Una diagnosi di tumore alla mammella, oltre ad incidere dal punto di vista clinico, comporta particolari conseguenze anche sull’immagine corporea. Che aiuto arriva dalla psiconcologia?
Con la malattia oncologica il corpo è in prima pagina, esce dal silenzio, propone un confronto da subito tra un corpo ideale e quello reale. In sottofondo la cultura attuale, che impone l’immagine di un corpo sempre levigato, tonico, perennemente giovane, immagine con la quale la paziente oncologica deve fare i conti. È in gioco l’autostima della persona, che può declinare verso forme di vergogna, invidia, ritiro relazionale e sociale. Quindi si richiedono nuovi equilibri di coppia, che diventano di attualità. È necessario ricostruire una propria immagine psicofisica e rimettersi nel gioco della vita. È importante condividere con altri questo impegno e, laddove sia necessario, chiedere un aiuto psicologico. Si può richiedere questo aiuto per sé, per i propri familiari, e scegliere di usufruirne attraverso un itinerario individuale e/o di gruppo.

 

Ultimo aggiornamento: 07/03/2011