Epatite C

Cos’e è come si trasmette

Tossicodipendenza ed epatite C

Gravidanza ed epatite C

Infanzia ed epatite C

Quali indagini per la diagnosi ed il controllo

Terapia dell’epatite cronica C

Dieta ed altre indicazioni

Manifestazioni extraepatiche

Biopsia epatica



 


Cos’è e come si trasmette

In cosa consiste?

Si tratta di un’infiammazione cronica del fegato che progressivamente viene danneggiato e, negli anni, può andare incontro a sovvertimento completo della sua architettura (cirrosi) con diminuzione della capacità funzionale complessiva, ostacolo all’afflusso del sangue che può determinare la comparsa di varici esofagee e gastriche e sviluppo di tumore primitivo epatico (epatocarcinoma).
 

A cosa è dovuta?

L’epatite C è causata da un virus ad RNA, appartenente alla famiglia dei Flavivirus, che colpisce prevalentemente il fegato ma non solo (vedi manifestazioni extraepatiche).
Una delle caratteristiche del virus dell’epatite C è quella di andare incontro a numerose mutazioni che sono alla base  dell’elevata frequenza di cronicizzazione della malattia e della insoddisfacente risposta alla terapia, oltre che della difficoltà ad allestire vaccini specifici. Esistono almeno 6 varianti virali con caratteristiche biologiche differenti (vedi terapia dell’epatite C) chiamate GENOTIPI che sono definiti con i numeri arabi e suddivisi in sottotipi  distinti con lettere minuscole dell’alfabeto (1a, 1b, 1c- 2a, 2b, 2c ecc.). I più frequenti in Italia sono i genotipi 1, 2 e 3.
 

Quanto è diffusa l’epatite C?

Si stima che l’infezione interessi circa 150 milioni di persone nel mondo, con una prevalenza maggiore nei paesi in via di sviluppo. In Italia il numero di soggetti infetti sarebbe di 1.500.000 e l’incidenza annua di nuovi casi variabile da 1 a 3 per 100.000 abitanti. 
 

Come si trasmette?

La trasmissione avviene prevalentemente per via parenterale, cioè attraverso il sangue. La tossicodipendenza e.v rappresenta la modalità principale di diffusione dell’infezione nella popolazione generale (vedi Tossicodipendenza ed epatite C). Il virus può essere contratto anche con  tatuaggi, piercing, manicure, agopuntura, mesoterapia, emodialisi ed  interventi chirurgici, se lo strumentario non è monouso o non è adeguatamente sterilizzato. La trasmissione attraverso trasfusione di sangue e di emoderivati è oggi eccezionale (rischio stimato di 0.2 per milione di trasfusioni di sangue), grazie alla ricerca sistematica del virus effettuata su ogni sacca di sangue, che ha  ridotto il periodo finestra (tempo intercorrente tra contagio e comparsa di segni laboratoristici di infezione) a soli 12 giorni. 
Possibile anche la trasmissione in ambito familiare attraverso la cosi detta via parenterale inapparente: uso di lamette in comune, di forbici, pinzette ed altri oggetti. Non esiste, invece, alcun rischio di trasmissione con la saliva, il bacio, le goccioline emesse con la tosse o lo starnuto, il sudore o toccando con le mani una persona infetta. Gli oggetti di uso comune (bicchieri, stoviglie, vasche) non richiedono disinfezione o sterilizzazione.
 

E’ possibile la trasmissione sessuale?

La  trasmissione per via sessuale è estremamente rara, ma non può essere esclusa totalmente (per la eventualità di "contatti di sangue" con  rapporti non protetti durante il periodo mestruale o se presenti lesioni ulcerative o infezioni genitali ). Se si vuole una sicurezza al 100% conviene avere rapporti sessuali protetti. Le coppie monogame stabili possono anche fare a meno dell’uso del profilattico, mentre si consiglia di utilizzarlo a chi ha più partner sessuali.
 

E’ possibile la trasmissione madre-figlio?

Il rischio di trasmissione da madre infetta al figlio avviene alla nascita e si aggira  intorno all’1-5 % (vedi Gravidanza ed epatite C). Un rischio maggiore si osserva nel caso la madre sia sieropositiva per HIV. In tutti i neonati si osserva  sino al 6°- 12° mese di vita la positività per gli anticorpi verso il virus C (HCV-Ab), che  è dovuta a passaggio transplacentare dalla madre e non sta ad indicare che il bambino si è infettato. 
 

Quali sono le persone più esposte al rischio di contrarre l’infezione?

I più esposti sono i tossicodipendenti ev e nasali soprattutto nei primi due anni, i politrasfusi, i pazienti in dialisi, gli operatori sanitari, i soggetti che hanno rapporti con partner a rischio.
 

Che sintomi presenta una persona infettata dal virus C?

Solo nel 10 % dei casi l’epatite acuta C si presenta con ittero, urine scure, feci chiare ed astenia. Nei restanti casi  l’infezione decorre in maniera del tutto asintomatica e si assiste ad un riscontro occasionale di aumento di transaminasi e/o positività di  HCV-Ab.   

 

Tossicodipendenza ed Epatite C

Quale è la frequenza di epatite C nei soggetti che fanno uso di droga endovena?

In Italia, la prevalenza di epatite C  tra i tossicodipendenti e.v. varia dal 40 al 70%.  Da soli i soggetti con storia di tossicodipendenza costituiscono il 20% di tutti i  casi di epatite cronica C. Il rischio di contrarre l’infezione è particolarmente alto nei primi due anni dell’inizio della tossicodipendenza (incidenza di infezione del 60%), ma permane per tutta la durata delle pratiche tossicomaniche.  Lo screening dell’epatite C deve essere quindi proposto ad ogni persona che fa uso o ha fatto uso di sostanze stupefacenti per via venosa.

 

Quale è il rischio di trasmissione dell’’epatite C da materiali iniettivi?

La trasmissione dell’HCV legata all’uso di droga endovena si verifica tramite scambio di siringhe, ma anche di materiali da taglio e per la  preparazione della droga. Una sola iniezione è sufficiente per trasmettere l’infezione. Per ogni iniezione è quindi necessario utilizzare materiale nuovo. 

Vi sono gli altri modi di trasmissione?

La via intranasale espone al rischio di trasmissione se il materiale utilizzato per sniffare viene contaminato da sangue. Altre modalità di trasmissione sono l’effettuazione di tatuaggi, piercing e l’avere rapporti sessuali non protetti con partner nuovi.
 

L’uso di droga endovena espone il soggetto ad altre malattie virali?

UI rischio maggiore è l’acquisizione della infezione da HIV/AIDS e dell’epatite B. Circa il 20% dei tossicodipendenti con epatite cronica C presentano anche infezione da HIV ed il 5% infezione da virus dell’epatite B. Sia l’infezione da HIV che quella virus dell’epatite B accelerano la progressione  della epatite cronica C verso la cirrosi. E’ raccomandabile quindi la vaccinazione contro l’epatite B.
 

E’ possibile il trattamento dell’epatite cronica C nel tossicodipendente?

Le indicazioni al trattamento antivirale sono le stesse del soggetto non tossicodipendente. Di fatto i tossicodipendenti sono spesso esclusi dalla terapia per l’epatite C per la  paura di scarsa aderenza o di  effetti collaterali di tipo psichiatrico.
Le attuali esperienze riportate in letteratura, compresa quella del nostro Centro, dimostrano che il trattamento è attuabile e determina ottimi risultati se il soggetto con storia di tossicodipendenza è in  trattamento sostitutivo (con metadone o buprenorfina) stabilizzato da almeno 6 mesi e la gestione della terapia antivirale è condotta in stretta collaborazione tra infettivologo/epatologo ed il medico tossicologo del SeRT. Breve ricadute di tossicodipendenza non devono far interrompere la terapia antivirale, mentre la ripresa continuativa della tossicodipendenza si correla all’insuccesso terapeutico nella maggior parte dei casi.

 

Gravidanza e Epatite C

 

E’ obbligatorio lo screening per HCV durante la gravidanza?

Lo screening per HCV –Ab non è obbligatorio, ma andrebbe consigliato a tutte le gravide.

 

Una donna con epatite C può affrontare una  gravidanza?

La gravidanza non aggrava l’epatite cronica C.
 

Durante la gravidanza è possibile il trattamento dell’epatite C?

La gravidanza costituisce una controindicazione assoluta al trattamento per l’epatite cronica C con interferone e ribavirina, per il rischio di malformazioni fetali indotte dai farmaci. Le pazienti di sesso femminile o le partner di pazienti maschi che assumono interferone in combinazione con ribavirina devono porre estrema attenzione nell’evitare la gravidanza. Sia le femmine in età fertile che i loro partner devono utilizzare un metodo contraccettivo efficace durante tutto il periodo di trattamento e per 7 mesi dopo la conclusione del trattamento. Se una gravidanza sopraggiunge durante il trattamento, deve essere preso in considerazione l’ aborto terapeutico.
 

E’ necessario il taglio cesareo nelle donne con epatite cronica C?

NO: può essere adottato il parto per via naturale. Ciò non esclude il ricorso al  parto cesareo se lo specialista lo riterrà utile per altre ragioni.

 

Il virus C può essere trasmesso dalla madre al feto?

La trasmissione avviene durante il parto nell’1- 5% dei neonati da madre con dimostrata viremia (positività per HCV-RNA). Il rischio di trasmissione arriva al 20% in caso di confezione HIV della madre, mentre non è modificato dal tipo di parto (cesareo o per via naturale).
La ricerca degli anticorpi verso il virus C nel neonato può risultare positiva fino al 12° mese di vita, ma è generalmente dovuta al passaggio di questi anticorpi dalla madre al figlio e non sta ad indicare che il bambino si è infettato. La diagnosi di infezione nel neonato si effettua tramite la ricerca del virus nel sangue, mediante la determinazione di HCV-RNA .
Nei bambini che si sono infettati con il virus dell’epatite C, l’evoluzione della malattia è di solito benigna e spesso è sufficiente il semplice controllo nel tempo.
 

È possibile l’allattamento al seno per le  madri portatrice di HCV?

La trasmissione del virus con il latte materno non è provata, per cui le donne con epatite cronica C possono allattare al seno.
 

È possibile la fecondazione assistita in portatori di HCV?

Se uno o tutti e due i componenti della coppia sono affetti da epatite C, l’assistenza alla procreazione deve avvenire in centri specializzati nella presa in carico dei pazienti con rischi di infezioni virali.
 

Infanzia ed Epatite C

Quali bambini devono essere sottoposti a screening per HCV?

Devono essere sottoposti allo screening con ricerca di HCV-AB  tutti i nati da  madre con infezione da HCV
La trasmissione del virus  dalla madre al figlio avviene durante il parto ed è il principale modo di contagio nel bambino. Il rischio è elevato se la madre presenta una viremia (evidenziata con dosaggio quantitativo di HCV-RNA) elevata e/o confezione con il virus dell’AIDS..
Il parto cesareo e l’allattamento al seno non modificano il rischio di trasmissione.  
 

Come si presenta una epatite C nel bambino?

Molto spesso l’epatite C è scoperta casualmente durante esami ematochimici, effettuati a bambini a rischio o nati da madri con epatite C.
I bambini non presentano generalmente sintomi. Le transaminasi risultano elevate in 1/3 dei casi. La biopsia epatica non evidenzia danno o evidenzia danno minimo nel 90% dei casi. La cirrosi è osservata nel 3% circa dei casi.

 

Come evolve una epatite cronica C nel bambino?

Allo stato attuale delle conoscenze, l’epatite C del bambino si presenta nella maggior parte dei casi come una malattia benigna. La guarigione spontanea si osserva in un terzo dei casi. Per i restanti 2/3 l’evoluzione è cronica. È essenziale consigliare l’astensione del consumo degli alcolici nell’età adolescenziale ed adulta.
I risultati della terapia con interferone e ribavirina nel bambino sono sovrapponibili a quelli dell’adulto.

  

Quali indagini da effettuare per la diagnosi di Epatite C

Quale significato attribuire agli anticorpi verso il virus C?

La positività sierica degli anticorpi verso il virus dell’epatite C ( HCV-Ab)  indica che il soggetto è venuto a contatto con il virus, ma non necessariamente che  è infetto.  Circa il 20% dei soggetti eliminano spontaneamente il virus. In questo caso, i valori delle transaminasi tornano normali e  si negativizza la ricerca del virus (HCV-RNA)  nel sangue. Per tutta la vita rimarrà, invece, la positività di HCV-Ab  come memoria di pregressa infezione.

Chi deve effettuare la ricerca degli anticorpi verso il virus C?


Tutti coloro che hanno avuto comportamenti o si sono trovati in situazioni di rischio:

  • chi prima del 1992 si è sottoposto ad intervento chirurgico importante, è stato ricoverato in terapia intensiva, in neonatologia ed in pediatria per una patologia grave, ha avuto emorragie digestive o un parto difficile, è stato sottoposto a Utrasfusioni di sangue ed emoderivati.U
  • Chi è ha fatto suo di droghe per via endovenosa o nasale.
  • Chi è stato sottoposto a emodialisi.
  • Chi è stato trattato con mesoterapia o con agopuntura con aghi non personali e non monouso. Chi si è sottoposto a tatuaggi e percing.
  • Chi convive o ha vissuto con una persona affetta da epatite C.

Quale significato attribuire alla ricerca di HCV- RNA

La negatività della ricerca di HCV-RNA (genoma virale) in più esami indica l’avvenuta eliminazione del virus dal sangue e la guarigione dall’infezione. Per contro, la positività indica che il virus è ancora presente e che verosimilmente sono necessarie cure mediche. La determinazione di HCV RNA non va effettuata in tutti i soggetti con positività per HCV-Ab , ma solamente in quelli con epatite cronica in terapia, per valutare  la risposta al trattamento.

Quale significato attribuire alla ricerca del GENOTIPO

Sono state riscontate nel mondo almeno 6 varianti di HCV, definite Genotipi distinti con i numeri arabi e  lettere minuscole dell’alfabeto (1a, 1b, 1c- 2a, 2b, 2c ecc.). I più frequenti in Italia sono i genotipi 1, 2 e 3. La ricerca del Genotipo va effettuata per avere una previsione di efficacia del trattamento e definirne la durata.  E’ dimostrata, infatti,  una risposta alla terapia superiore all’80% per i genotipi 2 e 3 con 6 mesi di trattamento, contro una risposta  del 50% per il genotipo 1 e 4 con 12 mesi di trattamento.
 

Quale significato attribuire alle  transaminasi (AST/ALT o GOT/GPT)

Si tratta di enzimi che vengono rilasciati dal fegato in presenza di danno cellulare. L’elevazione dei valori delle transaminasi correla generalmente con l’entità del danno epatico e la progressione della malattia epatica.
 

A quali controlli deve sottoporsi un soggetto con epatite C?

Nei soggetti con valori normali di transaminasi  è sufficiente ricontrollarne i valori ogni 6-12 mesi.
Nei soggetti con transaminasi elevate può essere indicata la biopsia epatica. In base al risultato della biopsia: nei soggetti con lesioni epatiche minime sarà sufficiente il controllo ogni 6 mesi delle transaminasi ed eventualmente la ripetizione della  biopsia dopo 3-5 anni, mentre in quelli con danno epatico importante andrà  proposta la terapia antivirale.
Nei soggetti con TUcirrosiUT andrà ripetuta ogni sei mesi una ecografia epatica insieme al dosaggio dell’alfa-feto-proteina come screening per l’epatocarcinoma ed  ogni 2 anni una endoscopia delle prime vie digerenti per lo studio delle varici esofagee.

 

Terapia dell’Epatite C

Qual è il decorso dell’epatite C?

L’ 80% dei soggetti infettati da HCV sviluppano una epatite cronica, la cui evoluzione varia  in rapporto all’età di acquisizione, il sesso, l’assunzione o meno di alcolici e la presenza di infezione da HIV o da HBV. Replicandosi nel fegato, il virus dell’epatite C  porta a due tipi fondamentali di danno: da una parte un aumento dell’infiammazione e dall’altra il progressivo accumulo di tessuto fibroso. Quest’ultimo è responsabile, dopo un tempo variabile da 15 a 30 anni, dello sviluppo di cirrosi epatica nel 20-30% dei casi.
 

Esiste una cura per l’epatite C?

Le cure di cui disponiamo consentono di ottenere la guarigione nel 90% dei pazienti con epatite acuta che non guariscono spontaneamente entro 4-6 mesi. Nei soggetti con epatite cronica (malattia datante da > 6 mesi)  i farmaci permettono di  ottenere l’eliminazione del virus in 4 persone su 5 nei casi sostenuti dai  genotipi 2 e 3 ed in 1 persona su 2 nei casi di infezione con genotipo 1 e 4 (vedi Indagini da effettuare per la diagnosi ed il controllo de’epatite C). La risposta è maggiore se l’infezione non e’ di lunga data e non è presente cirrosi,  il soggetto colpito è una donna ed ha una età inferiore a 40 anni.
 

Quali farmaci sono disponibili per il trattamento dell’epatite C?

Il trattamento dell’epatite acuta C è costituito da interferone somministrato s.c. a giorni alterni per 4 mesi.
Il trattamento per l’epatite cronica C consiste nella combinazione di interferone pegilato  e ribavirina per una durata variabile da 6 a 12 mesi a seconda del genotipo virale e la presenza o meno di cirrosi. L’interferone è una molecola, normalmente presente nel nostro organismo, dotata di attività antivirale ed anti-tumorale. L’interferone utilizzato per il trattamento dell’epatite C è disponibile in una formulazione a lento rilascio, somministrabile s.c. una volta la settimana. La ribavirina è disponibile in capsule che devono essere  assunte due volte al  giorno (le dosi usate variano tra 4-6 capsule. Sono attualmente in sperimentazione nuovi farmaci, ma la loro messa in commercio non è prevedibile prima di 3-4 anni.
 

Quale è l’efficacia del trattamento antivirale?

Lo scopo principale della terapia è di ottenere “la risposta virologica sostenuta” che indica che il virus non è più rilevabile nel sangue dopo 6 mesi dal  completamento del trattamento. La risposta virologica sostenuta si osserva nel 50-80% circa dei pazienti.  In questi pazienti l’infezione può essere considerata guarita e le complicanze della cirrosi nel lungo termine, in particolare la comparsa di epatocarcinoma, sono ridotte. Anche in chi non si è ottenuta l’eliminazione del virus la terapia può migliorare la malattia epatica.
 

E’ vero che l’interferone è difficile da tollerare perché dà notevoli effetti collaterali?

La tollerabilità ad interferone è diversa da paziente a paziente, ma generalmente il trattamento può essere completato senza grandi problemi. I principali effetti del farmaco sono i seguenti:

  • Disturbi simil-influenzali (febbre, astenia, dolori muscolari): compaiono dopo 2-3 ore dalla somministrazione del farmaco e tendono a scomparire spontaneamente dopo le prime settimane di cura. Vi sono le dovute eccezioni: pazienti che tollerano la terapia senza alcun disturbo di questo genere e pazienti che ne risentono per tutta la durata del trattamento. Il rimedio più efficace per questi effetti si basa sull’uso del paracetamolo (Tachipirina).
  • Disturbi dell’umore che si manifestano come uno stato di irritazione e nel 10% di depressione moderata-severa. Sono dovuti ad una diminuzione dei livelli di serotonina a livello del sistema nervoso centrale causato dall’interferone. Possono essere prevenuti o trattati con farmaci che inibiscono il riassorbimento della serotonina (fluoxetina, paroxetina, sertalina. etc).
  • Disfunzione della tiroide, da danno diretto dell’interferone o indotta da meccanismo immunitario nelle forme di tiroidite subclinica. Prima e durante il trattamento va pertanto periodicamente controllata la funzionalità tiroidea.
  • Riduzione di globuli bianchi e delle piastrine.
  • Disturbi del gusto, calo ponderale, alterazione del sonno, perdita di capelli, secchezza della pelle: sono di meno frequente riscontro e generalmente ben tollerati.


La ribavirina può dare effetti collaterali?

L’effetto collaterale più frequente è una anemizzazione (verosimilmente su base emolitica) che può richiedere la riduzione della posologia e nel  5% di casi la sospensione del farmaco. Seguono tosse, accentuazione dell’astenia già indotta dall’interferone, prurito,  aumento dell’amilasemia e  dell’uricemia.

 

L’Interferone e la Ribavirina hanno effetto sul feto o sul neonato in caso di gravidanza?

TI due farmaci possono causare negative conseguenze all’embrione ed anche la morte del feto. Va pertanto evitata la gravidanza sia per le  donne in trattamento ma anche per le partner di un maschio in trattamento,T per il rischio di induzione di gravi malformazioni fetali.T T
Le pazienti di sesso femminile o le partner di pazienti maschi che assumono interferone in associazione a ribavirina devono porre estrema attenzione nell’evitare una gravidanza. Sia le femmine in età fertile che i loro partner devono utilizzare un metodo contraccettivo efficace durante il trattamento e per 4 mesi dopo il termine del trattamento. I pazienti di sesso maschile e le loro partner in età fertile devono ricorrere entrambi ad un adeguato metodo contraccettivo durante il trattamento e per 7 mesi dopo la conclusione del trattamento.  
 

Quali pazienti vanno sottoposti a trattamento antivirale?

La terapia è indicata nei soggetti che presentano alla TUbiopsia epaticaUT segni di progressione verso la cirrosi e che non presentino condizioni cliniche che possono essere aggravate dal trattamento, in particolare patologie autoimmuni, cardiopatia severa, cirrosi scompensata, anemia, basso numero di globuli bianchi o di piastrine, depressione maggiore o psicosi. Il trattamento è possibile anche in soggetti con storia pregressa di tossicodipendenza e.v. o in tossicodipendenti in trattamento sostitutivo stabilizzato con metadone o buprenorfina da almeno 6 mesi. La gestione del trattamento in questi pazienti dovrà avvenire in collaborazione tra medico infettivologo e medico tossicologo del Ser.T .
I pazienti non sottoposti a trattamento o che non abbiano risposto al trattamento antivirale andranno seguiti nel tempo, anche in previsione della disponibilità di nuovi farmaci.

 

I pazienti che hanno una duplice infezione HCV/HIV possono essere trattati?

Sì, a patto che sia stabilizzata l’infezione da HIV. Per tali pazienti il discorso terapeutico ha una maggiore rilevanza visto che è stato dimostrato che la progressione dell’infezione da HCV è più accelerata in caso di co-infezione con HIV. 
 

I pazienti con cirrosi epatica compensata possono essere trattati?

I risultati della terapia antivirale nei pazienti con cirrosi epatica sono minori che nei pazienti con epatite cronica. Inoltre in questi pazienti è più frequente l’insorgenza di una piastrinopenia. Pur in presenza di queste limitazioni la maggior parte delle organizzazioni scientifiche internazionali consente l’impiego dell’interferone nei pazienti con cirrosi compensata. 
 

I pazienti con transaminasi normali devono essere trattati?

Generalmente questi pazienti hanno una malattia epatica di lieve entità e non progressiva. Il trattamento andrebbe deciso sulla base dei risultati della biopsia epatica ed effettuato all’interno di studi clinici. 

Trattamento dell’epatite cronica C presso la Struttura di Malattie Infettive di Reggio Emilia

La gestione dei pazienti con epatite cronica viene svolta da una équipe stabile di sanitari, allo scopo di garantire elevati livelli di qualità scientifica delle prestazioni erogate e dialogo nel tempo fra medico e paziente. Ogni anno vengono trattati mediamente 80 pazienti con epatite cronica C.
La decisione se e come effettuare il trattamento viene presa tenendo in considerazione anche quanto segue:

  • benefici e possibili conseguenze negative del trattamento sulla vita professionale 
  • aderenza prevedibile al trattamento e possibilità di una contraccezione sicura e prolungata. 
Nella maggior parte dei casi  (pazienti con genotipo 1 e 4 o sospetta cirrosi)  viene proposta l’effettuazione di biopsia epatica (vedi Biopsia epatica) che viene effettuata sotto guida ecografia, in regime di day hospital,
Durante tutta la durata del trattamento e nei sei mesi di follow-up post trattamento il paziente viene seguito da un solo medico.
Sia l’interferone che la ribavirina sono forniti gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale dietro presentazione di un piano terapeutico da parte dello specialista. La somministrazione dei farmaci avviene ad opera del paziente stesso, a domicilio.

 

Dieta ed indicazioni generali per il paziente con Epatite C

È necessaria una dieta particolare?
 

L’unica raccomandazione sul piano alimentare è l’astensione completa dagli alcolici (vino, birra, superalcolici), in quanto l’alcol accelera lo sviluppo della fibrosi epatica e la replicazione virale. Al di fuori dell’alcool non è indicata alcuna limitazione dietetica. Tuttavia, un eccesso di peso è considerato un fattore negativo per la risposta al trattamento antivirale. Prima di iniziare il trattamento è opportuno che chi è in sovrapeso si sottoponga a dieta.

Quali norme igieniche/compartamentali  deve seguire chi ha una epatite C?

  • Uso individualizzato degli oggetti di pulizia igienica (spazzolini da denti, rasoi, pinze da depilazione, taglia unghie, forbici); 
  • depositare oggetti macchiati di sangue (assorbenti, fili dentali, aghi, medicazioni) in contenitori adatti;
  • coprire eventuali  ferite cutanee, dopo loro disinfezione;
  • Nel caso di vita sessuale di coppia: se è la donna ad essere infetta, uso del preservativo durante il periodo mestruale o se presenti infezioni o lesioni genitali; se è l’uomo ad essere infetto, uso del preservativo solo se presenti  infezioni e ulcere genitali; 
  • Nel caso di partner  multipli, uso del preservativo in ogni rapporto, per  proteggersi anche da altre  infezioni a trasmissione sessuale;
  • Nel caso di tossicodipendenza: non scambiare siringhe ed altri materiali per la preparazione della droga e  non riutilizzare gli aghi.
  • Informare sempre i medici che vi visitano, i dentisti e gli infermieri che effettuano prelievi ematici.

Si può praticare sport se affetti da epatite C?

Non vi è nessuna controindicazione.
 

Possono essere praticate vaccinazioni se si è affetti da epatite cronica C?

E’ raccomandabile la vaccinazione contro TUepatite AUT ed TUepatite B.UT Non vi è alcuna controindicazione alla vaccinazione contro altre infezioni. 
 

Si possono assumere altri farmaci?

E’ sempre bene consultare lo specialista prima di iniziare qualunque terapia farmacologica. Si raccomanda particolare attenzione all’uso di aspirina e di altri farmaci antinfiammatori.

 

Manifestazioni extraepatiche da HCV

Crioglobulinemia mista

In un terzo dei pazienti con  infezione da HCV è rilevabile la presenza di crioglobuline, ma solo nell’1-2% dei casi compaiono manifestazioni cliniche, caratterizzate da astenia, dolori artro-muscolari e  petecchie agli arti inferiori, a cui possono associarsi disturbi neurologici tipo formicolii, perdita di sensibilità, dolore urente, perdita di forza agli arti inferiori e danno renale. Le manifestazioni sono dovute alla formazione di immunocomplessi che precipitano a temperature < 37C° (crioglobuline). La connessione con HCV  è confermata dalla riduzione dei sintomi nei pazienti che rispondono alla terapia con interferone.
 

Patologie tiroidee

Possono riscontrarsi sia   ipotiroidismo che ipertiroidismo  e  tiroidite di Hashimoto. Le manifestazioni sono più frequenti nelle donne. Nel caso si pensi di trattare con interferone il paziente è importante il monitoraggio della funzionalità tiroidea e degli autoanticorpi anti-tiroide prima di iniziare la terapia, in quanto il farmaco potrebbe peggiorare la situazione tiroidea.
 

Sindrome di Sjogren o sicca sindrome

E’ caratterizzata da secchezza della bocca e delle congiuntive per atrofia delle ghiandole salivari e lacrimali. Una correlazione tra sicca sindrome e l’infezione da HCV è riportata in percentuali variabili dal 10% al 50% dei casi di epatite C. Sono stati osservati miglioramenti in corso di terapia con interferone.
 

Liken planus

E’ caratterizzato dalla presenza di papule multiple bianche o rosse e/o di strie bianche, di solito distribuite in modo simmetrico su guance e lingua, accompagnato a volte da sintomi quali dolore e bruciore.
 

Glomerulonefriti

Questa forma di patologia renale osservata in corso di infezione da HCV sembra essere secondaria alla presenza di crioglobulinemia mista.
 

Porfiria cutanea tarda

E’ provocata da un deficit enzimatico (la uroporfobilinogeno-decarbossilasi epatica) e si manifesta con fragilità della cute, con formazione di vescicole e bolle. L’associazione con l’infezione da HCV è stata riscontrata in oltre un terzo dei pazienti affetti da porfiria cutanea tarda.
 

Processi linforproliferativi

E’ ipotizzata una associazione tra HCV e alcuni linfomi non Hodgkin di tipo  B a basso e medio  grado di malignità, con interessamento extra-linfonodale, epatosplenico. Il trattamento di combinazione con interferone e ribavirina ha permesso di ottenere in alcuni casi la remissione completa del linfoma, senza dover ricorrere alla chemioterapia.

 

Biopsia epatica

Perché fare una biopsia epatica?

Attualmente la biopsia è il modo migliore per conoscere con precisione lo stato del fegato. Nel caso di epatite cronica da C, permette di valutare la necessità o meno dell’inizio di un trattamento.
 

Come prepararsi per la biopsia?

Nei circa 10 giorni prima della biopsia, è indispensabile non assumere farmaci che modifichino la coagulazione (aspirina, anti-infiammatori non steroidei).
 

Come viene effettuata la biopsia epatica?

Mediante l’introduzione di un ago di piccolo calibro (diametro = 1.2 mm) viene prelevato un piccolo pezzetto di fegato. L’introduzione dell’ago viene effettuata con l’aiuto di una guida collocata sulla sonda ecografica. La durata del  prelievo è di pochi secondi.
L’esame viene definito ecoguidato perché sullo schermo dell’ecografo si visualizza una traccia che indicherà il percorso preciso dell’ago. Ciò permette di agire nella massima sicurezza possibile, evitando di pungere strutture importanti quali vasi o la colecisti.
 

Possibili complicazioni della biopsia

La biopsia epatica è una manovra sicura, che espone a rischi poco frequenti e generalmente di entità modesta. Il supporto della ecografia riduce ulteriormente i rischi di complicanze maggiori, quali  emorragie, peritoniti, puntura della colecisti o delle vie biliari) Nell’1-3%. possono verificarsi complicanze minori, in particolare dolore in sede di puntura, ematoma intraepatico, reazioni vagali, per le quali è sufficiente il controllo ambulatoriale od al massimo il ricovero in osservazione per 1-2 giorni.
 

Come viene effettuata la biopsia epatica presso l’Unità Operativa di Malattie Infettive

Il paziente viene ricoverato il regime di Day Hospital ed adeguatamente informato sulle modalità di effettuazione dell’indagine. L’esame viene effettuata sotto guida ecografica, in una sala attrezzata per far fronte ad eventuali urgenze. Nelle  4 ore successive alla effettuazione della biopsia il  paziente viene attentamente controllato ed al termine viene sottoposto a controllo ecografico, per escludere ogni possibile complicanza emorragica, che, qualora presente, si manifesta in genere nelle prime 1-2 ore dalla  biopsia. Se non vi sono complicanze, il paziente viene inviato a domicilio con lettera nella quale si specifica come comportarsi nel caso di comparsa di dolore o di altre complicanze nei giorni successivi. Viene lasciato un recapito telefonico per ogni evenienza.

Ultimo aggiornamento: 09/07/2019